If I was young, I’d flee this town
I’d bury my dreams underground
As did I, we drink to die, we drink tonight (Beirut)

Hong Kong 8 Gennaio 2013

Lo so, lo so. Non si capisce nulla e quando stai per capire qualcosa e ti sei tolto l’ultimo dubbio, eccomi lì in prima fila, vestito da paggetto e ti infilo su per il cervello un altro dubbio, più potente di prima. Mi piace destabilizzarti. Sgranocchio avidamente le mie tagliatelline croccanti, slurp, slurp, mi ricorda qualcuno, toh un pezzettino d’ananas. Non mangio frutta, se la mangio sono ubriaco o sono in Asia. Un dubbio feroce vi attanaglia , un caos ingrovigliato si materializza davanti a voi in tutto il suo balluginio di bugie e promesse. Atterro finalmente. “La Turkish airlines vi dà il benvenuto ad Hong Kong e vi augura un soggiorno squisito”. Mai quanto il vostro brasato di agnello, delizioso. Sono stato sospeso per 12 ore su due continenti, la cartina digitale mi informa: Istanbul, Baku, Calcutta, Rangoon, Pattaya. E poi Hong Kong, girare a destra per Mainland China. Un vero e proprio gioiello di ingegneria questo aereoporto, scalpito, è tutto così assurdo, dove è l’alfabeto latino? Ah eccolo, è sotto, piccolo piccolo, ai caratteri cantonesi. Beh si, Hong Kong non è Cina, non è cantonese eppure lo parlano, guai a rivolgervi a qualcuno in mandarino, faranno finta di non capirvi, catalani e castigliani, cantonesi e mandarini, siamo lì. Pianura Padana. Si, perchè appena il naso esce fuori da quel mausoleo di un aereoporto  la nebbia a mò di zucchero filato vi si presenta davanti, poi ti abitui e riesci a vedere cosa c’è dietro: organizzazione. Riesco a salire sull’autobus, anche qui c’è il wireless, gratuito, come in aereoporto. Mi piace, non fai in tempo ad andartene dal tuo paese che una connessione ti ci riporta. Angosciante. Un gelo artico all’interno, giacca e sciarpa non mi bastano, mi accortoccio come un foglio di alluminio. Diminuzione area superficiale in atto. Non basta, speriamo duri poco. Inizia a calare la sera, vedo ponti, grattacieli fratelli separati da lembi di vegetazione, iper autostrade maniacali. “Inoltratevi nella giungla di cemento e vegetazione tropicale, nascondetevi nella selva dei suoi grattacieli, Hong Kong è selvaggia”. Chissà cosa intendeva LP. Tempo due minuti ed ero nella jungla di grattacieli e strade. Scendo, mi sgranchisco le gambe, mi investono. Prima tutti quegli odori risalgono il nervo olfattivo e raggiungono l’amigdala, tornano in periferia mi fanno arricciare le narici, poi una valanga umana in direzioni diverse mi comprime in un angolo del marciapiede. Ti-ti-ti-ti i semafori dialogano tra loro, un vagone treno mi sfreccia sopra la testa, di fianco c’è un auto che si inerpica in aria e  affianca il quindicesimo piano di un grattacielo. Cemento, ferro, vetro, neon, paielletes. Benvenuti a Causeway Bay, Time’s Square, Central di Hong Kong Island, vietato dormire. Un eccitazione nauseabondo mi  si era incagliata sotto la pelle e mi faceva vibrare al suono dei clacson. Anche io sono diventato una megalopoli di 7 milioni di orientali, anche io sto scappando dalla Cina, God Save the Queen. Ad Hong Kong ci sono solo due priorità: Fare soldi, fare shopping. E rendere tutto eccessivo. Quelle luci trascendentali bruciano il mio nervo ottico. Ho fame. Panico, non so dove andare, c’è troppa scelta, preferirei non averla. Giro a destra , sono a Patrick street, trovo l’ostello abusivo che mi accoglie, un bel disastro architettonico. Mi piace molto vi dirò. Devo scaricare questo formicolio o morirò. La sensazione dell’acqua calda sulla pelle è sempre piacevole, 5 minuti e sono fuori, 15 minuti e sono in un ristorante cinese a mangiare da solo. Sorseggio la mia Tsing Tao e guardo le bollicine risalire in superficie, degusto un pò di metallo sulle labbra, sono libero. Testo la MTR del Porto Profumato, ci ho messo un pò per capire, efficiente, ma presto cambierò l’idea, qualcosa non mi va a genio. L’igiene è importantissimo nelle stazioni metro, ci sono addetti muniti di mascherina con spugne incorporate nelle mani, lucidano i corrimani con potenti antibatterici di ultima generazione. I cartelli vi informano sulla concentrazione di presidi igienici che vengono rilasciati nelle varie ore del giorno. E’ tutto così pulito, a due passi da me un uomo in giacca e cravatta, scatarra per terra una massa fluida collagenosa, giallognola, più in là ci sono dei resti organici non identificati, nell’aria c’è smog e olio fritto. E’ tutto così pulito. Sono stanco, mi crolla addosso tutto, 12 ore di volo si sentono un pò, faccio appena in tempo a dare un occhiata la Bank of China, il suo profilo rombogeometrico è definito dai neon, la statua di qualche illustre sconosciuto giace sotto il suo cono d’ombra notturno, non realizzo torno in ostello. “Hello, I’m Thomas, where are you from?” E’ vero non abbiamo fisionomie latine ma scopriamo di essere della stessa penisola, non fai in tempo ad andartene via dal tuo paese che subito lo ritrovi nel letto a fianco al tuo.

Did you write the book of love
And do you have faith in God above
If the Bible tells you so? (Don McLean)

Bologna – Bangkok

Vasodilatazione, aumento filtrazione glomerulare, inibizione ADH, vasocostrizione liscia: Minzione.

Mura screpolate da fumo clandestino e ammoniaca, scritte decrepite tempestano tre lati, “Scopami, chiama il…” Sono in uno squallido vespasiano di un altrettanto squallido bar della città universitaria più antica del mondo, almeno così dicono, Fez avrebbe da ridire qualcosa. La maggior parte delle decisioni importanti si prendono in bagno, per l’esattezza sotto lo scroscio della doccia, per me non è così, io non prendo decisioni importanti, e se le prendessi lo farei mentre piscio. Ero a Bologna, carne ed ossa presenti, la materia grigia  altrove, come sempre, stavolta a Bangkok. Essere in un cesso non fa altro che portarmi alla memoria altri cessi. E’ così. Che cosa disgustosa e disdicevole. Stolti ed imbroglioni, soprattutto imbroglioni. Chiunque riconosce quanto siano importanti i gabinetti, i relativi Water Closet, l’igiene dei sanitari, la perversione che il Sol Levante ha mostrato verso questa area domestica, è altrettanto affascinante il lato oscuro di una latrina, la sua decadenza, la fatiscenza. A volte trovo necessario trovarmi in laide latrine, provo un forte ribrezzo, è gratificante, apotropaico e catartico. Le numerose Chang, che Dio le benedica, avevano sortito il duplice effetto: neuroni liberi e vescica scalpitante. Sono in una baracca.  Bottiglie verdi vengono consumate freneticamente, l’elefantino dell’etichetta mi rassicura, c’è un gabinetto amico, vai. Strano ma c’era veramente. Ero a Bologna, o meglio sarei stato a Bologna mentre mi tornava in mente questo cesso, cessi che connettono altri cessi, la teoria dei gradi di separazione si estende proprio a tutto caro Buchannan. Il cammino angusto era eccitante, uno stretto corridoio lungo e sottile connetteva di nascosto la baracca al mio sollievo. Dovevo prestare molta attenzione, era come un tunnel militare, cazzo sono in guerra. Sulla parete destra il mondo. Pentole incrostate di yum yao, residui di noodles attanagliavano i piatti più sporchi, wok estremamente neri  maculati di forfora di cocco. Bacchette di legno, bacchette di polivinicloruro spuntavano alla rinfusa, deliziosamente disgustoso, era una meraviglia stare in allerta in quel guazzabuglio. L’odore. Prendete una cipolla, fatela marcire per bene, aggiungete un cucchiaino di zucchero, ne basta uno da tè, e aspettate che il tutto diventi putrido e fermentato. Adesso urinateci sopra e aspettate. Questo è all’incirca quello che le mie narici avvertivano. Finalmente arrivo. Entusiasmante, a dir poco epico. La ceramica è solennemente devastata da muffa e chiazze di composti più o meno organici. Urea, ammoniaca, acqua, dolce stantio, un diabetico prima di me, glucosio come intruso. Lo tiro fuori, inizio. C’è qualcuno con me, lo sento, o meglio la mia vescica lo sente e smette di strizzarsi come un agrume, fine della festa. Chi è? Chi è ? Chi cazzo è? C’è per forza qualcuno che mi spia, mi giro, non c’è nessuno, ma ci deve essere. Scruto attentamente, vertigine, ricomincia lo zampillo prima di rendermi conto. Un gatto nero mi osservava da un ripiano, accoccolato sopra un coperchio, socchiudeva i suoi occhi felino-orientali, beh continua pure a guardare, non mi interessa. Ero felice, viaggiavo mentre ero lì in piedi e scrostavo con un getto di urina la maiolica del water. Divertente. Nostalgia. Erano passati 12 giorni, ero a Da Nang, l’alcol non bastava, ero fottutamente angosciato. Chiesi ad una amica di registrarmi e inviarmi l’audio relativo alla sua minzione, non so perchè ma mi riportava  a casa. Golden shower, nipponici pervertiti, il rimbombo dell’urina detergeva le pareti di ceramica, cadevano grevi come ciotti dal dorso di montagna, ascoltala più attentamente, era una pioggia pluviale sincronizzata perfettamente, avrei riconosciuto quella sinfonia anche in un cesso pubblico. Sono di nuovo a Bangkok, il gatto non la smette. 10 secondi . Mi sono serviti per analizzare dettagliatamente le piastrelle, le pentole che si riflettevano in esse, discernere meticolosamente le nauseabonde molecole olfattive. Hoi An nella tazza, Bangkok alle spalle. Anima in pace ad Hoi An. Petra, Petra guarda le lanterne riflettersi sul fiume la sera, non è romantico? Guarda quel bimbo, sta facendo volare una lanterna cinese, dall’altra sponda altri bimbi le lanciano in aria, i ristorantini qui sono deliziosi, gli stessi vietnamiti sorridono, è caldo, è così bello accarezzare i capelli corvini dei bambini, le lanterne guardatele, Gesù, c’è speranza, rimpinzano il cuore, sono tutti felici. Tu no. Non c’è niente da vedere, sono delusa. Pisciamoci addosso, scrostiamo quella chiazza ignota, cancelliamo il dispiacere, ti detesto. Anni fa mi trovavo in una famosa località emiliana già citata. Svogliatamente ordinavo alfabeticamente scatole di farmaci. Aricept, Arixtra, Baclofen, Bentelan,Orudis. “Non sei adeguato per questo lavoro, non so come farai nella tua vita” una orrenda faccia rubino gonfia di ira mi sputava in  faccia saliva e sentenze. Certo Claudia, non ti preoccupare ci penso io a te. Ero in un seminterrato, lei imbavagliata, io sorrido, le stacco piccoli lembi di pelle con un  taglierino, sorrido. Si contorce. Sono di nuovo ad ordinare farmaci, lei mi insulta. Splash. Sono a Bangkok, 35 secondi dopo, in 10 secondi avrei terminato la mia sessione. Spostiamoci più in là, sono ancora a Bangkok e sono felice, alcolicamente responsabilizzato, pisciare purifica i reni e la testa. 40 Secondi. E’ il caos a Kowloon, non parliamo di Tsim Tsam Tsui, la gente si lancia addosso centri commerciali, le talking lights sfrigolano, “Andiamo a farci un messaggio?” Perchè no, perchè no, chissà cosa mi aspettavo. Anche Hong Kong è nota per la prostituzione. Altro cesso, cinese-medio occidentale, brutto ma non troppo, 2 secondi dopo e avrei iniziato il mio massaggio. Ai piedi. Reflessologia per 25 dollari di Hong Kong. Calma lo spirito e spegne il bruciore intestinale, oh, con me ha funzionato. 45 secondi. Fine corsa. Tiro su la zip, un uomo medio con un tasso alcolemico medio impiega dai 55 ai 65 secondi per completare una corretta minzione, io 10 secondi in meno e rielaboro situazioni lunghe come giornate , le riassaporo, libero endorfine se necessario, ciò mi serviverà per continuare successivamente. Lavo le mani, esco, sono in via Guerrazzi,uno spritz , grazie.

Ringrazio innanzitutto proficiscorestvivo ed il suo interessantissimo blog per avermi nominato.

Sono molto felice di aver ricevuto questo premio, forse anche non meritandolo, in quanto ultimamente non ho utilizzato il giusto impegno per continuare il mio viaggio ed i miei racconti.

 

Veniamo alle regole:

1: Ringraziare i blog che ti hanno nominato e assegnato il premio;

2: Rispondere alle undici domande richieste dal blog(er) che ti ha nominato/a;

3: Scrivere 11 cose che parlano di te;

4: Premiare a tua volta 11 blog con meno di 200 follower;

5: Formulare le tue 11 domande per il/la BLOGGER che nominerai;

6: Informare i blogger del premio assegnato.

 

1.cosa mangi a colazione. Non mangio, il cibo mi fa addormentare la mattina

2.preferisci vino o birra. Vino bianco fermo o rosso fruttato, l’importante è che superi  il 12% di concentrazione di etanolo e sia ottimo.

3.il tuo scrittore preferito. Troppo difficile, sono troppi e quindi alla fine è come non averne nessuno.

4.cosa pensi di woody allen. Non ho mai pensato a Woody Allen, giuro.

5.dove sogni di vivere. Non ne ho la minima idea, per adesso non in Asia, forse da nessuna parte, forse ovunque ma non so per quanto.

6.che ambizioni hai per il tuo blog. Che diventi un libro

7.la canzone che stai ascoltando. Husstle, Tunng

8.cosa pensi dell’award al quale sei stato appena nominato. Utile strumento per aumentare le visualizzazioni

9.ultima sbronza. Questa è facile, una settimana e mezzo fa, ero sdraiato su un pavimento imbevuto di urina.

10.anni. Questo è scorretto.

11.cosa pensi del mio blog. Bello, audace, interessante, ben strutturato e ben scritto, utile e introspettivo

 

about me:

 

Mi lamento di continuo.

Nonostante tutto sono molto paziente ed accomodante.

Vorrei non lamentarmi più, ma alla fine mi lamento di non lamentarmi.

Vorrei solo viaggiare e bere, datemi dei soldi.

non ho mai soldi.

Non sopporto l’idea di essere sobrio per più di 24 ore, eppure ci riesco.

So qualcosa di chimica, ma ciò non basta.

Mi stufo in fretta delle cose, però so anche usare bene il mio entusiamo.

Penso di continuo, è orribile anche perchè penso a cose inutili.

Mi piace parlare con sconosciuti, soprattutto se mi offrono da bere.

Non sono mai soddisfatto e quando lo sono, non lo sono più.

 

i nominati sono:

 

1. scusateiovado

2.orientaljourney

3. rebeccalenastories

4. sicapisce

5. sulleormedelkarma

6. vanessafantasy

7. fairydragonfly

8. sivakinzelmann

9.intenebrismagiselucet

10. jekoland

11. cristianciarrocchi

E adesso rispondete alle mie domande:

1.Dove siete.

2. viaggiare o rimanere.

3. una poesia importante.

4. metropoli o natura.

5. dove vi vedete fra 5 anni.

6. tablet o carta, e perchè.

7. 45 litri di zaino, cosa non deve mancare

8. pistola o pugnale

9.burro o olio

10. 50 euro trovati per terra, cosa comprate ( l’opzione li restituisco, non esiste)

11. Soddisfatto o rimborsato.

 

Grazie a tutti!!

Hanoi, 12 Gennaio 2013    

Oh mio Dio, tu che hai pietà del tuo popolo, lo so, tutto si ritorcerà contro di me Yahvhè, io sono la catastrofe, io compio.

 

Oh mio Dio Gunnar, lo sapevi Gunnar? Perchè mi hai inflitto tutto questo Gunnar? Dove eri Gunnar?Domande gettate nel nulla, eppure ci crogiolavamo, eravamo ricchi Gunnar, tu non eri europeo, noi si, tu lo eri piu di noi. Piangevamo Gunnmar, piangevamo anche troppo con la fronte spaccata addossso la vergine delle droghe, lì a Mosca, a  te non importava, ma noi soffrivamo Gunnmar.  O se tu potessi comprendere Gunnmar giglio dell’aristricrocrazia . Oddio Gunnmar, non voglio toglierti i privilegi che hai, ma ti prego, Gunnmar,i bambini soffrono, ti pregano, ti prego, non falli soffrire, io non posso promettergli niente, cosa? non ho niente, ho un ciuffo d’erba, e gli darei anche quello, gli darei la mia vita, sono storpi, piangono nei letti, piangono Gunnmar, piangono di felicità,piangono perchè non hanno lacrime Gunnmar, ma non ti approfittare di loro, mentre tu Gunnmar staccavi i prelibati bocconi, loro perdevano le loro madri nel mar Nero, nella steppa, non hanno conosciuto l’amore, non hanno conosciuto il padre eppure ti adorano, chissà perchè, non li deludere, ti prego, non li deludere, siamo con te Gunnar. Oddio, quante lacrime solcano le mie guance, senza ragione, non voglio che i miei figli siano orfani Gunnmar, ti prego Gunnmar, infliggi loro la lava, intingili nello Jokulrsalon, ma ti prego, fortificali, io non posso, la terra ha bisogno di me, io mieterò il grano, li sospingerò nella pianura e farò conoscere loro il dolore, ma Gunnar, io ho stretto un patto con te, non farò mai soffire i tuoi figli, te lo giuro. Piansi come un fiume solo può piangere, non sono il Mekong, non sono il Danubio, eppure ho lasciato i miei figli e loro non me lo dissero, o mio Dio non potete capire quello che provai, e anche se ve lo dicessero, io non vi crederò. Ti prego, ti prego, Terra, io sono sei metri sotto terra, eppure ti ascolto, eppure io piango, apriti o terra, e germina, germina Cristo, o quello che vuoi, ne abbiamo bisogno, Cristo, piango, soffro, sanguino.

“You should’ve seen ‘em go go go they said, hey sugar take a walk on the wild side

I said, hey babe take a walk on the wild side” (The Velvet Underground)

Hanoi, 12 Gennaio 2013

Dopo una doccia nella camerata del mio ostello, mi affacciai sul balcone per osservare la via. Chissà come sarebbe stata quella via con il sole? Non lo saprò mai, ad Hanoi non c’era il sole, mai a quanto mi dissero, il sole è un bene sotto sequestro dal 1960. La nebbia grigia di seta ovattava il paesaggio, non il chiasso.  La sottile via riusciva a contenere una pleiade di veicoli, motociclette e scooter in maggioranza, la gente stipata sui marciapiedi consumava la propria vita in ogni tipo di attività. Ripresi il taccuino dove c’era il foglio di Petra, lessi : Dong Than Hotel, 19 Cua Dong Phu. Alla reception mi feci spiegare la strada, gentilmente mi diedero una cartina e mi segnalarono il percorso, eravamo  vicini, appena un chilometro di asfalto. Un chilometro abbastanza eloquente. Sui marciapiedi laidi le donne lavavano e tagliavano la verdura, qualcuno esponeva animali morti su qualche banchetto, mentre il vicino tagliava la testa a qualche pollo già spennato, giovani di indefinita età sedevano, imbronciati e plumbei, su sgabellini minuti di plastica mentre discutono  ininterrottamente, di tanto in tanto qualcuno portava una tazza di latta alle labbra, chi una bottiglia, chi una sigaretta, molti accoccolati in un angolo trangugiavano bocconi di cibo con le bacchette. Ad Hanoi si mangia a tutte le ore. Le venditrici ambulanti, munite di cappellino conico, mi si buttavano addosso con il pesante bastone che sorreggeva alle estremità ceste di viveri. Erano tutti interessati a me, i bambini sgranavano gli occhi, i ragazzi mi tampinavano offrendomi passaggi in motocicletta. “Motorbike!Motorbike! Un chilometro lontano, Motorbike!” Non c’erano molti stranieri per la via, fondamentalmente ero un alieno, qualcuno mi indicava anche, stupito.  Attraversare la strada, qualsiasi essa fosse stata, era una vera e propria impresa epica. Un orgia di clacson stridenti si infiliva su per i timpani, il traffico non aveva un senso logico, o per lo meno plausibile, ognuno aveva il proprio senso di marcia, ognuno era libero di andare sui marciapiedi, ognuno non rispettava i semafori, ognuno non usava i freni, parola d’ordine: schivare. Ad Hanoi, quando un pedone attraversa  la strada, è solo un ostacolo fastidioso per il traffico, non ha diritto ad attraversare, se sei fortunato la motocicletta abilmente ti schiverà infilandosi negli spazi liberi, altrimenti sbatterà contro un altro passante o qualsiasi cosa intralci il proprio cammino, vietato fermarsi al semaforo rosso o verde, chi si ferma è perduto. Riuscii a raggiungere Cua Dong Phu, dove un galletto mi svollazzò davanti cercando di raggiungere i propri compagni, trovai l’hotel, lei era già nella hall, più blu del solito, una punta di celeste, i suoi occhi. “Cosa ne pensi di perlustrare il quartiere?Magari qualche mercatino anche?”. “Certo, mi sembra un ottima idea”. Risposi entusiasta, e aggiunsi:” Magari ci fermiamo in qualche localino e ci prendiamo una birra” . “Meglio di no, non bevo alcolici”.

Panico. Una cattedrale di entusiasmo mi crollò addosso. Era solo l’inizio.

“You don’t own me, I’m not one of your many toys” (Lesley Gore)

Hanoi, 12 Gennaio 2013

Un sorriso di intesa, molto politically correct, si impresse sulle mie retine. Ricambiai di buon grando il viso dall’altro lato del corridoio. Eravamo gli unici occidentali a bordo del boeing 737 della Tiger airways. L’ avevo  persa di vista, arrivederci Singapore. “Cabin Crew, prepare for landing”, stavamo per atterrare, riluttante buttai un occhio all’oblò per scorgere il paesaggio,  ero incuriosito nonostante la mia avversione per l’alta quota. Quello che vidi non era molto differente dal paesaggio annientato che trovai a Keflavik quasi 3 anni prima. Di solito ho sempre trovato affascinante e confortanti gli aereoporti, questo no. L’aereoporto di Hanoi, un rudere grigio e sovietico, mi ricordava l’angosciante aereoporto di Mosca, gli ufficiali in divisa verde bottiglia e le facce deturpate da muscoli di ostilità mi incutevano timore, stelle rosse trapuntate su berretti e taschini mi misero in allerta, sovietici dagli occhi a mandorla ovunque. Stop ai sorrisi, l’espressione seria dell’agente di dogana era eloquente. Scavava profondamente  i miei tratti somatici in cerca di qualche particolarità, di qualche intervento chirurgico passato. Questi charlie occidentali, tutti uguali, tutti americani. Passai quindici buoni minuti di silenzio e sguardi, poi finalmente il boato del timbro d’ingresso impresso sul mio visto. Tanti saluti. Lei era lì, di nuovo con il suo sorriso politically correct. Biondo cenere, pallida e completamente dipinta di blu, sembrava  una tela di cielo, si meravigliò della lunga attesa alla dogana. “Come mai? Sei schedato dal governo vietnamita?” scherzò, politically correct non solo a sorridere. Una strana sensazione si insinuava sotto pelle, eccitazione e tranquillità. I convenevoli durarono ben poco, era venuto a prenderla.”Mrs Petra Keushnigg, I’m the taxi driver”. un accento britannico con le stampelle fece capolino.Pochi secondi, non pensavo di dovermi congedare così in fretta, ma estrasse un pezzo di carta ed una penna e scrisse il nome del suo hotel. “Sono al quartiere francese, il quartiere delle 36 strade, il vecchio distretto”. “Anche io”. Ci lasciammo con un appuntamento nella hall del suo hotel, nel frattempo arrivò il mio driver. Ad Hanoi bisogna stare attenti, è meglio prenotare il taxi dal proprio hotel, a meno che non vogliate pagare troppo o scomparire. Durante i 35 km che mi separavano dall’old quarter rischiammo almeno due volte un incidente mortale. Schivato ovviamente grazie alla sua perizia stradale. Quella strada così anonima e densa di foschia appesantì la mia anima. Non c’era assolutamente nulla, ogni tanto qualche arbusto, qualche baracca, un albero, il vuoto dietro ogni metro. Di colpo i palazzi iniziarono a stagliarsi, la periferia era vicina, e di colpo sparirono, il centro cittadino era una distesa agghiacciante di bettole, tendoni, biciclette e  proverbiali cappelli conici. Erano ovunque. In contrasto sconvolgente con Singapore, la cosa mi affascinò e mi impaurì contemporaneamente, un inseguirsi di brividi e calore, ying e yang, good morning Vietnam.

“Words are flowing out like endless rain into
a paper cup they slither while they pass they slip
away across the universe.” (The Beatles)

Ho Chi Minh City, 22 Gennaio 2013

Excuse me, è possibile raggiungere l’aereoporto a piedi da qui?” La minuta receptionist del Mi Linh Hotel si girò di scatto, mi sorrise con una bella dentatura, uscì elegantemente dalla sua postazione. Proprio un bel corpicino, curve dove servivano, una scollatura generosa raccoglieva gli sguardi di quei piccoli vietnamiti in quella piccola hall, nonchè i miei. “Certo! Ci metterà solo 10 minuti, vedo che ha uno zaino molto pesante, ma non si preoccupi! Ce la farà!”. Ad Ho Chi Minh City il clima sembrava molto diverso, non solo 30 gradi celsius segnalati dal termometro. Il che non era assolutamente da sottovalutare dopo l’austerità del Vietnam settentrionale. “Domani è un altro giorno”. Tipica frase che ingorgava i miei neuroni appena due giorni dopo che avevo varcato la dogana aeroportuale di Hanoi. Mi illudevo. Il tempo non passava assolutamente, anzi si moltiplicava esponenzialmente, era un mascalzone che si prendeva gioco di me, si divertiva quando io piangevo, piangeva quando io ero in estasi. Il Vietnam che avevo immaginato in Occidente era una pietra miliare per me, in Oriente divenne l’altare sacrificale, un posto dove si soffre, un luogo dove si rimane incantati dopotutto. Andateci vi prego.

Ero felice di essere a Saigon, pardòn, Ho Chi Minh City, non vorrei mai attirarmi addosso quegli sguardi vietnamiti così rapaci. Loro la guerra l’hanno sentita, la sentono ancora, io sono solo un povero occidentale, un turista, uno che dà i soldi per quanto ne sanno, un americano, un europeo nelle migliori delle ipotesi. Uscito dalla hall dell’hotel, mi lasciai alle spalle il quartiere dell’aeroporto, che era l’overture di quello che sarebbe stata in centro. Un caos di umanità e di pensieri. Altri viaggiatori mi confermarono questo presentimento, altri me lo smentirono. “E’ Saigon, è il Sud, è un ossimoro” mi spiegarono, mi bevvi quella fandonia, in fondo era Saigon, la vecchia prostituta d’Oriente, venduta allo Zio Sam al prezzo di qualche dollaro, ricomprata dallo Zio Ho per poco più di migliaglia di vite umane,” E’ così, è Saigon, mi dissero. Camminai appena un chilometro e già avevo addosso Saigon e il suo sudore inquinato, presto un ragazzino vietnamita con la motocicletta mi affiancò e mi convinse ad usufruire di un passaggio all’aeroporto per soli sessantamila dong. Accettai , ero impaziente di andarmene, di essere in aereoporto, di pensare ad altro, di lasciarmi alle spalle la sconfitta che avevo avuto. Ero un pivello dopo tutto. Il solito scenario da motocicletta del sud est asiatico: lamiere, hotel occidentali da skyline, esseri umani raggruppati al ciglio di un marciapiede senza uno scopo. Eppure ogni tanto rubavo dei sorrisi, il Sud in fondo è sempre il sud ovunque tu vada, Erodoto lo aveva capito molto tempo prima di me. Arrivati all’aereoporto avevo troppi soldi da dare al mio “Charlie”, provai a cambiarli alla stazione di polizia adiacente, mi fregarono ovviamente, un altro stupido occidentale che non conosce i dong, non sa che non esistono monete in Vietnam e non riesce a contare le innumerevoli banconote di piccolo taglio. Non me ne importava, dovevo andarmene. Rimasi in aereoporto per più di due ore, osservai i piccoli vietnamiti indaffarati a fumare le loro sigarette disgustose, a mangiare i loro deliziosi cartocci di noodles, mentre coccolavano le loro perle, quegli striminziti bimbi dalle fronti larghi e dai sorrisi che ti spaccano il cuore. Non c’era più la guerra a Saigon, gli unici aerei che atterravano erano civili, erano pieni di turisti, a Saigon dopo tutto c’era la pace. “Dove è diretto Messier? Sta andando via dal Vietnam Mister? E’ sicuro di non voler vedere il Mekong prima di andarsene?” Si sto andando via, rispondevo, è vero, avrei voluto vedere il Mekong con Petra per quanto avessi desiderato fuggire, c’è tempo per il Mekong mi dissi, c’è tempo per Angkor Wat. “Sono diretto a Phuket”, i piccoli orientali inarcano ulteriormente quei pertugi sottili dei loro occhi, sono felici che me ne vada, sono felici che vado in Thailandia. “Bellissima Phuket, si divertirà, belle donne, belle spiagge, bella vita.” Un’altra bugia pronunciata dalla prostituta di Saigon.